Fare il medico oggi è diventata una “missione” ad alto rischio. Gli infortuni sul lavoro del personale sanitario contemplano, oltre alle malattie professionali, aggressioni verbali e fisiche, con esiti gravi e talvolta letali.
Nell’anno appena passato, sono state registrate dall’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie del ministero della Salute circa 18mila aggressioni, subìte da oltre 23mila operatori (la discrepanza è dovuta agli episodi che coinvolgono più vittime contemporaneamente). Ma la violenza che di frequente si consuma nelle corsie, negli ambulatori, nei pronto soccorso, durante le visite domiciliari è(in)evitabile?
Sull’argomento, l’autobiografia di Riccardo Colangeli stimola una concreta riflessione. La storia è “vera”. Sabato 6 ottobre 2001, l’Autore – psichiatra nel Centro d’igiene mentale di Rieti – accorre a Colleviati nella comunità montana di Salto-Cicolano, accompagnato da un infermiere: una paziente affetta da schizofrenia è in piena crisi.
In casa con lei ci sono l’anziano padre e la sorella. Nell’atto di varcare l’uscio, una mano di scatto attraverso lo spiraglio della porta gli infila uno spiedo da cucina nel cavo superiore dell’orbita tra l’occhio e la radice del naso, che perforerà l’osso e penetrerà per un buon tratto nell’encefalo.
Soccorso e poi trasportato al Policlinico Gemelli a Roma. Dopo il buio totale di cinque giorni in rianimazione, inizia la cura nel reparto di neurochirurgia, allora diretto dal professor Giulio Maira.
Era salvo. Con il braccio plegico e la gamba paretica nell’emisoma sinistro, a quarantun anni – e una sequela di problemi neurologici mnemonici e cognitivi (per fortuna temporanei) – intraprende la riabilitazione. Lunga e faticosa, un “calvario” soprattutto psicologico. Al pari del cammino verso una diversa normalità, accanto alla moglie Catia e ai suoi tre bambini che lo inondano, come sempre, di affetto.
Né sconfitto né arreso, rientra in servizio nel 2004. Non potrà svolgere le mansioni di prima dell’incidente, ma si occupa di demenze senili nel reparto di geriatria. Ottiene il riconoscimento di Vittima del Dovere, la nomina di Cavaliere e di Ufficiale della Repubblica Italiana.
L’impegno per il bene altrui – dice – si è plasmato in famiglia, quando da piccolo accudiva la sorella maggiore che soffriva di un danno neurologico neonatale, nell’apprendistato da chierichetto, nella permanenza nei Lupetti e, da adulto, nella cura dei pazienti.
Parla nel libro con orgoglio dei suoi figli, Margherita, avvocatessa, Francesco, medico, pianista e cantautore al terzo album, Stefano, il più piccolo, laureato in Giurisprudenza, che si autodefinisce il “suo badante”.
Tuttavia, gli effetti dell’infortunio non si cancellano. Tra guizzi di ironia e scintille di speranza ci descrive la sua “vita a metà”. Giunti all’ultima pagina ci sembrerà di aver letto sì un libro, ma anche di aver ascoltato le confidenze di un caro e sincero amico (e collega).
Paola Stefanucci
PER ACQUISTARE IL LIBRO
“Oltre la porta. Come un infortunio sul lavoro mi ha cambiato l’esistenza” di Riccardo Colangeli
Prospettiva editrice, Civitavecchia (Roma), 2025, pp. 102, euro 14,00





