Tra i Neanderthal ci sarebbero stati i primi dentisti. È quanto avrebbero scoperto un gruppo di ricercatori nella grotta di Chagyrskaya, nei monti Altai della Siberia sudoccidentale, individuando quella che rappresenterebbe la più antica evidenza di cura di un dente cariato.
Il reperto, un secondo molare inferiore appartenuto a un uomo di Neanderthal di circa 59 mila anni fa, mostra una cavità artificiale creata mentre l’individuo era in vita, interpretata dai ricercatori come un tentativo deliberato di rimuovere tessuto di dente cariato. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul numero di maggio di PlosOne.
La scoperta anticipa di decine di migliaia di anni le prime evidenze note di interventi “odontoiatrici” nei Sapiens. “Si tratta del più antico esempio documentato di trattamento invasivo della carie”, sottolineano i ricercatori, evidenziando come già i Neanderthal fossero capaci di un approccio terapeutico intenzionale e tecnicamente complesso.
Il molare, identificato come Chagyrskaya 64, presenta una concavità ampia e profonda, che raggiunge la camera pulpare. Per i ricercatori, i margini arrotondati e levigati e la morfologia espansa escluderebbero un’origine traumatica o da semplice usura.
Le analisi micro Ct hanno evidenziato una demineralizzazione dentinale compatibile con carie avanzata, le superfici interne mostrano sottili microstriature parallele e piccoli solchi compatibili con movimenti controllati. “Le caratteristiche sono indicative di una rimozione intenzionale della dentina”, osservano i ricercatori escludendo processi naturali.
LO STRUMENTO, LA TECNICA E LA CURA
L’analisi archeologica e la sperimentazione portano a identificare gli strumenti più probabili utilizzati dal provetto dentista: piccoli strumenti in pietra dura, sottili e appuntiti, paragonabili a punteruoli, ottenuti da una roccia sedimentale contenente quarzo e utilizzati con un movimento rotatorio manuale per penetrare e rimuovere la dentina cariata.
Per testare questa ipotesi, i ricercatori hanno replicato l’intervento su molari di homo sapiens, utilizzando copie dei probabili strumenti utilizzati. La cavità è stata ricreata tramite rotazione manuale della punta, dimostrando che è possibile perforare la dentina e raggiungere la camera pulpare in tempi relativamente brevi, anche meno di un’ora. Le tracce prodotte – microstriature e forma della cavità – risultano sovrapponibili a quelle osservate sul dente neandertaliano.
Gli autori ipotizzano che la cavità potrebbe essere stata riempita con sostanze naturali come cera, resine o altro materiale potenzialmente con funzione antisettica o analgesica. Tuttavia, chiariscono i ricercatori, le analisi spettroscopiche non hanno rilevato residui, lasciando questa interpretazione senza conferma diretta.
Lo stesso dente presenta segni evidenti dell’uso di rudimentali stuzzicadenti, indicando che i Neanderthal combinavano pratiche diverse per la gestione della “salute orale”: dalla pulizia meccanica alla rimozione diretta del tessuto cariato.
Dal punto di vista clinico, l’esposizione della polpa potrebbe aver inizialmente aumentato il dolore, ma anche portato a necrosi e successiva riduzione della sintomatologia. Secondo i ricercatori, l’intervento implica una capacità di individuare la causa del dolore e di scegliere una soluzione mirata. “Questi comportamenti avvicinano i Neanderthal agli esseri umani moderni”, sottolineano.
DALLA DENTIZIONE NEANDERTALIANA AI SAPIENS
Il quadro è coerente con le caratteristiche dei denti dei Neanderthal, che presentano smalto relativamente più sottile e maggior volume di dentina rispetto a homo sapiens. Fattori che possono aver facilitato sia la progressione della carie, sia l’accesso al tessuto lesionato.
Per quanto riguarda lo sviluppo della carie dentale nei Neanderthal, i ricercatori sottolineano come potrebbe essere stata causata non tanto da fattori dietetici, quanto dalla presenza di specifici batteri cariogeni nel microbioma.
La scoperta, concludono i ricercatori, “non solo arricchisce la comprensione della complessità comportamentale di Neanderthal, ma colloca anche le radici dell’intervento medico deliberato più in profondità all’interno del lignaggio degli omininidi, sfidando le tradizionali distinzioni nell’archeologia cognitiva tra membri anatomicamente arcaici e moderni dell’Homo sapiens ed evidenziando la loro eredità condivisa di adattamenti biologici e culturali”.
Norberto Maccagno
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