Cuori”, la fortunata serie tv di Rai 1, non è solo frutto della fantasia degli sceneggiatori, ma trae linfa vitale dalle reali imprese dei pionieri della nascente cardiochirurgia e bioingegneria nel secolo scorso: Angelo Actis Dato e l’ingegnere Roberto Bosio.
Una pompa perfetta, un muscolo di soli 300 grammi dall’anatomia e fisiologia complessa. Posto al centro del torace, il cuore propelle circa 5 litri di sangue al minuto, batte senza sosta 100mila volte al giorno, ovvero 2,5 miliardi nell’arco di una vita media.
Un capolavoro d’ingegneria biologica. Irripetibile.
Finché, negli anni Sessanta del secolo scorso, a Torino, un audace manipolo di ricercatori pilotati dal cardiochirurgo Angelo Actis Dato e dall’ingegnere Roberto Bosio avvia il progetto per creare il (primo) cuore artificiale della storia della medicina.
Com’è nata la formidabile impresa? A quasi cinquant’anni di distanza, con Guglielmo Actis Dato, ripercorriamo l’avventurosa storia del primo prototipo di cuore artificiale italiano, realizzato da suo padre Angelo insieme a Bosio.
LA SCINTILLA
“Un’epopea scientifica che conosco da vicino, attraverso i racconti di mio padre Angelo Actis Dato, cardiochirurgo alle Molinette e allievo di Achille Mario Dogliotti”, racconta Guglielmo Actis Dato.
“L’idea nacque nei primi anni Sessanta. Papà conobbe il cavalier Giuseppe Bosio, titolare di un’azienda che produceva pompe a iniezione per i motori diesel della Fiat, durante una cena del Rotary Club, storico punto d’incontro dell’élite torinese. Si ritrovò allo stesso tavolo con l’industriale e i suoi due figli, Felice e Roberto, entrambi iscritti al Politecnico e destinati a raccogliere l’eredità dell’azienda di famiglia”.
“Cavaliere, voi producete pompe – gli disse – il cuore è una pompa. Ci sono moltissime analogie tra un dispositivo meccanico e una pompa biologica”.
L’IMPRESA
Bosio e figli intravidero sùbito il potenziale di questo settore emergente, in particolare Roberto ne rimase letteralmente affascinato. Il Cavaliere accettò la sfida e decise di investire cifre considerevoli. Tra i mecenati si annoverano la Fiat, la famiglia Savoia e innumerevoli imprenditori della città più industriale d’Italia.
Se la progettazione era complessa, realizzare i prototipi e avviare la sperimentazione animale si rivelò un’impresa non banale, racconta Guglielmo Actis Dato. All’epoca non esistevano le attuali restrizioni normative, ma superare i problemi logistici e procurarsi gli animali era estremamente oneroso: le pecore venivano acquistate direttamente dai contadini, che poi ne recuperavano la carne.
Quei primi macchinari – spiega – erano un insieme di valvole e tubi catodici, circuiti complessi che oggi si condenserebbero in una minuscola scheda elettronica, che dovevano garantire l’apertura e la chiusura delle valvole cardiache attraverso sistemi pneumomeccanici. Nei modelli successivi vennero impiegate valvole più semplici, simili a quelle attuali. Di fatto, crearono un dispositivo che, nella sua filosofia costruttiva, è identico al Berlin Heart, un cuore artificiale utilizzato ancora oggi.
Dopo la fase iniziale di progettazione e sperimentazione, le strade dei due fratelli Bosio si divisero: Felice si distaccò per dedicarsi alla gestione dell’azienda di famiglia, mentre Roberto “si appassionò a tal punto da diventare uno dei massimi esperti e pionieri di biomeccanica e bioingegneria cardiovascolare”.
UN’EQUIPE DI VOLONTARI
“Mio padre, invece – ricorda Guglielmo – dovendo gestire l’intera attività cardiochirurgica, eseguiva oltre mille interventi l’anno. Il sabato e la domenica, però, con i suoi collaboratori fedeli e volenterosi, partiva per Castiglione Torinese”.
L’équipe era composta dai cardiochirurghi Giuseppe Venere, Antonio Grande, Gian Battista Panero, Luigi Borio Alluto, dal tecnico Pierino Fasano e da un giovanissimo perfusionista, Gino Lavista.
Si sacrificavano restando lì tutto il giorno per incannulare le pecore ed eseguire i prelievi di sangue necessari a controllare l’emolisi e la coagulazione.
Dietro la fabbrica – che è stata utilizzata come set per alcune scene della fiction “Cuori”, andata in onda in tre stagioni dal 2021 al 2026 con la consulenza medica di Guglielmo Actis Dato e sua figlia Giulia, medico – venne costruito appositamente un padiglione adibito a stabulario. Questo spazio era dotato di una sala operatoria adeguata ad addormentare gli animali, con la presenza di un anestesista in linea con le norme dell’epoca.
Fu così che, nel 1967, venne brevettato il primo cuore artificiale italiano, proprio mentre Christiaan Barnard, a Città del Capo, effettuava il primo trapianto cardiaco della storia.
A causa, purtroppo, delle mancate autorizzazioni da parte del ministero della Sanità, il cuore artificiale non poté però essere impiantato in Italia, mentre nel resto del mondo ricerca e sperimentazione correvano.
Nel ’69, Denton Cooley eseguiva al Texas Heart Institute il primo impianto al mondo di un Total Artificial Heart (TAH) progettato dall’ingegnere argentino Domingo Liotta, su un uomo di 47 anni. L’organo artificiale sostenne il paziente per 65 ore, aprendo la strada al trapianto di un cuore umano, anche se l’uomo sopravvisse poi solo per pochi giorni.
Tuttavia, la cardiochirurgia italiana ebbe il suo riscatto oltre i confini nazionali, esattamente in Svizzera. Tra il 1976 e il 1977, a Zurigo, il medico croato Marko Turina, sotto la guida di Åke Senning, impiegò il cuore di Actis Dato-Bosio come bridge to recovery (ponte alla guarigione) in sei pazienti che non riuscivano a essere svezzati dalla Cec (circolazione extracorporea).
Solo dieci anni dopo, per la prima (di tante) volte in Italia, a Pavia nella notte di Natale del 1985, al policlinico San Matteo, Mario Viganò utilizzò un ventricolo artificiale per tenere in vita il paziente fino all’arrivo dell’organo compatibile.
Da allora la storia del cuore artificiale è nota… i battiti meccanici, sempre più perfezionati, continuano a salvare vite in pericolo.
ORGOGLIO NAZIONALE
Quindici anni fa, nelle Officine Grandi Riparazioni di Torino, il prototipo del primo cuore artificiale italiano tornò simbolicamente al centro della scena durante le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Fu il riconoscimento di una stagione di straordinaria innovazione che vide dialogare medicina, ingegneria e industria, contribuendo a scrivere una pagina fondamentale della cardiochirurgia mondiale.
A cinquant’anni da quella straordinaria impresa, il progetto Actis Dato-Bosio meriterebbe un nuovo tributo, non solo accademico, ma anche civile, perché rappresenta uno dei capitoli più significativi dell’innovazione biomedica italiana.
Paola Stefanucci

















