Lo stop alla riforma della medicina territoriale, portata avanti dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, era un epilogo annunciato. La decisione, secondo quotidiani nazionali e agenzie di stampa è stata anticipata il 10 giugno dal ministero agli assessori regionali alla sanità.
Il progetto che prevedeva, tramite decreto legge, l’inserimento dei medici di famiglia nelle Case di comunità e il passaggio alla dipendenza per una parte di loro, dovrebbe essere sostituito da un accordo con i medici per fare prestare servizio a tutti i mmg, per 6 ore settimanali, nei maxi-ambulatori finanziati con il Pnrr.
Quella che segue è un articolo, in uscita sul numero 3/2026 del Giornale della previdenza, che ricostruisce il percorso della riforma e dell’acceso dibattito che lo ha accompagnato, scritto nel momento in cui lo stop al progetto era solamente annunciato.
COSA ATTENDE I MEDICI DI FAMIGLIA
Livia Argentino, protagonista della foto di copertina del numero in uscita del nostro giornale, esercita come medico di famiglia a Roma, nel quartiere Trionfale. È specializzata in chirurgia generale e per tanti anni ha lavorato in pronto soccorso e in chirurgia d’urgenza. Alla ricerca di un rapporto più strutturato e duraturo con i propri pazienti, ha poi abbracciato la causa della medicina generale, aderendo al ruolo unico. Ad ora assiste 1.300 pazienti e a breve inizierà a prestare servizio presso la Casa di comunità di viale Angelico – che dovrebbe presto aprire i battenti – con un debito orario di 6 ore. Cosa la attende davvero?
LA RIFORMA NEL PANTANO
La riforma della medicina territoriale, già contestata nel metodo e nel merito dai sindacati medici, si è poi impantanata sul terreno della politica. Da un lato, il termine è stato fissato al 30 giugno per riempire di medici e rendere operative le case di comunità previste dal Pnrr. Dall’altro, la riforma è finita per essere contestata dalle stesse Regioni, che in una prima fase l’avevano avallata, per poi finire sotto attacco di componenti della maggioranza di governo. Ultimo atto che è suonato come uno stop al progetto portato avanti dal ministro della Salute, il medico Orazio Schillaci.
IL QUADRO
Secondo la Fondazione Gimbe, in Italia mancano oltre 5.700 medici di medicina generale. Per contro, l’ultimo monitoraggio Agenas sul dm 77/2022, che fotografa il secondo semestre 2025, mette in evidenza la voragine tra le 1.715 Case di Comunità programmate, le 781 con almeno un servizio attivo e le 66 pienamente operative (complete di personale e di tutti i servizi obbligatori).
COSA CONTIENE LA RIFORMA
Il ministro della Salute ha presentato lo scorso aprile, alla Conferenza delle Regioni, un progetto per inserire i medici di famiglia nelle Case di comunità. Con quel testo si vole introdurre il sistema misto del “doppio canale”. I medici di famiglia potrebbero rimanere in regime di convenzione, ma dovendo ripianare un debito orario, con nuovi vincoli di partecipazione alle Case di comunità. Oppure potrebbero optare volontariamente per il rapporto di dipendenza con il Ssn, al pari degli ospedalieri. Ma in quel caso i contributi previdenziali andrebbero a Inps, e non a Enpam come accade per tutti gli altri i medici di medicina generale (con conseguenze sulla sostenibilità previdenziale di lungo periodo: si veda l’ultima colonna a pagina 9).
SINDACATI E ORDINI CONTRO
Al centro dell’opposizione dei sindacati alla proposta, c’è prima di tutto il nodo della dipendenza dei medici di famiglia, per il rischio di erodere il rapporto fiduciario medico-paziente, sul quale si fonda il sistema della medicina territoriale, come lo conosciamo. Quest’ultimo, verrebbe inoltre snaturato da un modello “ospedalocentrico”.
In prima linea, Fimmg, il sindacato maggioritario dei medici di medicina generale, che il 7 maggio ha dichiarato lo stato di agitazione, contestando il mancato confronto su una riforma che incide “sull’assetto ordinamentale, professionale e organizzativo della medicina generale e sul rapporto fiduciario medico-paziente”. Al centro della contestazione anche l’introduzione di obblighi orari rigidi, che rischia di disincentivare ulteriormente i giovani medici dall’intraprendere la carriera di medico di medicina generale.
Il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, ha definito la riforma “inefficace, inutile e dannosa”, sottolineando come sia stata elaborata senza un reale confronto con medici e cittadini.
IL FRONTE POLITICO
Dopo una prima apertura delle Regioni (Toscana a parte) alla bozza Schillaci, i governi locali hanno replicato con una proposta di “decreto snello”. La situazione è precipitata quando il Governo ha inserito le misure all’interno di un più ampio disegno di legge delega di riorganizzazione del Ssn. In Commissione al Senato, le Regioni hanno quindi fatto muro, chiedendo il ritiro del provvedimento.
Il sostegno alla riforma è iniziato poi a venire meno dalla stessa maggioranza di governo, proprio sul punto della dipendenza dei medici di medicina generale. Un dietrofront che è subito sembrato un preludio allo stop definitivo alla riforma.
Antioco Fois

In anteprima, la copertina del prossimo numero cartaceo del Giornale della Previdenza






