La medicina rigenerativa punta a superare l’idea di convivenza con il danno, cercando di ripristinare le funzioni organiche attraverso la riparazione biologica dei tessuti anziché la loro semplice sostituzione meccanica. L’evoluzione di questo filone sanitario apre nuove porte e orizzonti, dalla ricerca all’impatto clinico.
CURARE LE LESIONI MIDOLLARI
Prendiamo, ad esempio, le lesioni del midollo spinale, una delle principali cause di disabilità neurologica permanente, con centinaia di migliaia di nuovi casi nel mondo ogni anno. Nonostante i progressi, la capacità rigenerativa del sistema nervoso centrale è molto limitata e questo rende particolarmente complesso lo sviluppo di trattamenti efficaci.
Un approfondimento sul portale Tech2Doc racconta il caso di Hemera, startup biotech italiana nata come spin-off dell’Università di Verona e dell’Università degli Studi di Milano, specializzata nello sviluppo di terapie cellulari per le lesioni acute del midollo spinale.
Dopo un trauma, il sistema immunitario scatena un’infiammazione così forte da bloccare ogni tentativo naturale di guarigione. Hemera interviene con una piattaforma chiamata REMaST (Regenerative Educated Macrophages Self-Transplantation): una terapia cellulare autologa, cioè basata su cellule del sistema immunitario ottenute dal paziente stesso e successivamente modificate in laboratorio per acquisire caratteristiche biologiche capaci di sostenere i processi di riparazione del tessuto nervoso.
L’approccio proposto da Hemera si inserisce in un filone della medicina rigenerativa che punta a intervenire sul sistema immunitario come leva terapeutica, anziché limitarsi alla sostituzione cellulare. Se confermato negli studi clinici futuri, questo paradigma potrebbe contribuire ad ampliare le strategie terapeutiche disponibili per il trattamento delle lesioni neurologiche traumatiche.
UN RENE ARTIFICIALE
Sempre nel campo della medicina rigenerativa, un lavoro della Keck School of Medicine, University of Southern California, invece, si propone un altro obiettivo ambizioso: creare in laboratorio un rene funzionante da impiegare nei trapianti.
Il rene è tra gli organi più complessi. Le riproduzioni sviluppate negli anni scorsi riuscivano a raggiungere solo fasi embrionali precoci, risultando utili ma incomplete per modellare struttura e funzioni dell’organo maturo.
Il team di ricerca dell’University of Southern California ha condotto una serie coordinata di esperimenti, mettendo a punto combinazioni chimiche nel mezzo di coltura delle cellule staminali che hanno favorito differenziazione e auto-organizzazione più avanzate. Ne è derivato un organoide renale con tessuto tubulare più complesso, produzione di ormoni renali e profili di espressione genica sovrapponibili a quelli di un rene neonatale.
Impiantato in topi adulti, l’organoide si è connesso alla circolazione e ha iniziato a filtrare il sangue. Applicando la stessa strategia a cellule umane, ha raggiunto uno stadio meno avanzato, ma ha comunque dimostrato integrazione vascolare e capacità di filtrazione dopo il trapianto in vivo.
Sebbene, allo stato attuale, non sia possibile parlare di rene artificiale clinicamente impiantabile nell’uomo, i ricercatori sono convinti che questi risultati possano rappresentare un nuovo potente strumento per studiare numerose malattie renali complesse, nonché un ulteriore passo avanti verso la creazione di un rene sintetico.
Claudia Torrisi






