Forti della loro abilità artigianale nella lavorazione dei monili, i Maya si occuparono anche di estetica del sorriso. Uno studio appena pubblicato sul Journal of Archaeological Science Reports riporta ora il caso, definito unico, di un primo molare inferiore di un giovane uomo su cui è stato fissato un inserto in giada con un primordiale cemento adesivo.
ESTETICA O TERAPEUTICA?
Gli interventi dentali intenzionali sono stati verificati in diversi contesti preistorici. Fin dall’era paleolitica superiore e neolitica, in Europa, Asia e Americhe sono stati documentati trattamenti dentali che erano legati all’estetica, limitati ai denti anteriori e non correlati al trattamento delle malattie come la carie.
Tra le civiltà precolombiane, i Maya sono stati indicati come eccellenti “dentisti” che si occupavano di estetica dentale. Oggi però spunta un’ipotesi affascinante.
Una ricerca pubblicata sul Journal of Archaeological Science Reports descrive il caso di un primo molare inferiore permanente, proveniente da un individuo giovane adulto di età compresa tra 24 e 30 anni, con un inserto in giada fissato sulla superficie masticatoria del dente mediante un primordiale cemento adesivo.
Un ritrovamento che i ricercatori indicano come una forma di intervento terapeutico, o palliativo, finora sconosciuto nella civiltà Maya e che si potrebbe definire come una prima forma di otturazione dentale.
Il dente appartiene alla collezione osteologica del Museo Popol Vuh dell’Università Francisco Marroquín di Guatemala City.
La pietra era stata lavorata in modo da non sporgere dal piano masticatorio e da non interferire con l’occlusione, un dettaglio che testimonia una notevole precisione tecnica.
PAZIENTE IN VITA
La domanda principale che si sono posti i ricercatori era se la pietra fosse stata inserita quando l’individuo era vivo oppure dopo la morte. Per rispondere, gli autori hanno eseguito una tomografia computerizzata cone beam (Cbct), una tecnica ampiamente utilizzata anche in odontoiatria moderna.
L’esame ha mostrato all’interno della camera pulpare estese calcificazioni distrofiche, cioè depositi minerali prodotti dalla polpa come risposta biologica a uno stress meccanico (la possibile rimozione del tessuto cariato). Secondo i ricercatori, queste alterazioni possono essersi sviluppate soltanto in un dente vitale e rappresentano quindi una prova concreta che la cavità fu preparata e la pietra inserita quando la persona era ancora in vita.
IPOTESI: CARIE E OTTURAZIONE
L’aspetto più interessante riguarda la finalità dell’intervento sul dente.
Escludendo la motivazione estetica, l’ipotesi avanzata dagli studiosi è che il dente presentasse originariamente una carie. Alcune caratteristiche della preparazione, in particolare la forma irregolare della cavità e la discrepanza tra le dimensioni del foro e quelle della pietra, suggeriscono che il tessuto patologico possa essere stato preventivamente rimosso e successivamente sostituito con la pietra in giada lavorata che ha avuto la funzione di un attuale intarsio.
Le immagini radiologiche non mostrano residui evidenti di dentina demineralizzata, fatto compatibile con una possibile eliminazione del tessuto cariato durante la procedura.
La scansione tomografica ha rivelato che la pietra presenta una forma simile a un piccolo chiodo: una testa ampia in superficie e una porzione conica più corta che si inserisce all’interno della cavità preparata nel dente. Attorno all’intarsio era presente uno spazio riempito da un materiale cementante utilizzato per stabilizzare la pietra.
Secondo gli autori, il sistema ricorda da vicino il principio di una moderna otturazione, anche se realizzata con materiali e tecnologie completamente differenti.
LA PREPARAZIONE IN LABORATORIO
I ricercatori ricordano come gli antichi Maya possedessero già una lunga tradizione di attività estetica sugli elementi dentali anteriori ai fini estetici inserendo inserti in pietre preziose.
Studi precedenti hanno dimostrato che questi primordiali dentisti erano in grado di preparare cavità molto precise senza raggiungere la camera pulpare nella maggior parte dei casi, segno di una notevole conoscenza empirica dell’anatomia dentale.
Nel caso del molare del Museo Popol Vuh, la tomografia mostra una cavità scavata nella dentina e successivamente riempita dalla pietra verde lavorata appositamente. La presenza di piccoli solchi radiali attorno alla cavità potrebbe rappresentare le tracce lasciate dagli strumenti utilizzati durante la preparazione del sito destinato ad accogliere l’intarsio.
Gli autori non identificano con certezza gli strumenti impiegati, ma ricordano che i Maya erano maestri nella lavorazione di materiali durissimi come giada, ossidiana e quarzo. È quindi probabile che abbiano utilizzato punte abrasive e strumenti rotatori manuali, associati a sabbie o polveri minerali abrasive, sia per scavare la cavità nel dente sia per modellare la pietra fino a ottenere una forma compatibile con il foro preparato.
Una volta adattata la giada alla cavità, l’inserto sarebbe stato fissato mediante un cemento naturale. Studi precedenti sui sigillanti dentali usati dai Maya hanno individuato miscele a base di resine vegetali, bitume e oli essenziali, materiali che oltre a garantire adesione potevano possedere proprietà antibatteriche e antinfiammatorie.
Se l’ipotesi terapeutica fosse confermata, ovvero la pietra preziosa sarebbe l’otturazione per ripristinare il dente dall’erosione cariosa, secondo i ricercatori il procedimento avrebbe previsto quattro fasi.
La prima, quella della preparazione della cavità nel molare, la sagomatura dell’inserto in giada, il fissaggio mediante un cemento biologico e la successiva integrazione funzionale dell’intarsio nella superficie masticatoria del dente.
Va però sottolineato che lo studio non ha trovato prove dirette degli strumenti utilizzati, né della sequenza operativa precisa: la ricostruzione deriva dalle conoscenze già documentate sulle tecniche di lavorazione dentale e lapidaria degli antichi Maya.
Norberto Maccagno
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