In Toscana sono state realizzate più Case di comunità di quelle previste dal Pnrr, e senza bisogno di trasformare i medici di base in dipendenti. Al contrario, i medici di medicina generale hanno aderito. Vediamo perché.
Nella regione esisteva già un sistema di case della salute e di aggregazioni di medici di famiglia. L’evoluzione verso lo stadio successivo è stata governata con le norme della convenzione nazionale (Acn) e con un accordo integrativo che ha previsto una serie di incentivi. Sul piatto la Regione Toscana ha messo 25 milioni di euro.
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RUOLO UNICO E VOLONTARI
Le Case di comunità sono innanzitutto il luogo dove i neo-convenzionati devono mettere a disposizione il cosiddetto debito orario: 38 ore settimanali per chi ha meno di 400 pazienti, a scendere fino a 6 ore settimanali per chi ne ha fra 1.201 e 1.499. I medici che hanno più di 1.500 pazienti e i vecchi non passati al ruolo unico in teoria sarebbero esonerati; nella pratica sono tanti quelli che si sono proposti volontariamente per fare comunque 6 ore aggiuntive a settimana, remunerate.
I turni vengono auto-organizzati: l’Asl controlla che vengano coperti, ma a incrociare le disponibilità con le esigenze c’è un referente delle ore, non un superiore gerarchico che dà ordini. Del resto l’azienda non ne ha bisogno poiché, avendo a che fare con liberi professionisti convenzionati, non ha il problema di fronteggiare il problema delle coperture delle assenze e delle ferie.
Al momento, i medici del ruolo unico sono stati esonerati dal fare le ore di notte o nei festivi, perché per quelle esigenze bastano i vecchi titolari della continuità assistenziale, mentre i i turni scoperti vengono assegnati a sostituti, come gli specializzandi.
Le Case di comunità sono attrezzate come ambulatori diurni H12, con apparecchiature diagnostiche di primo livello e vi si accede su indicazione del proprio medico di famiglia oppure dopo un triage telefonico, sempre fatto da un medico che risponde al numero 116 117.
Nelle strutture ci sono diversi altri servizi. Ad esempio, nella Casa di comunità di Prato (centro est) c’è anche un Punto di intervento rapido (Pir), ci sono gli ambulatori specialistici, prenotabili tramite Cup, che assicurano visite di 26 branche diverse e c’è la sede dei 40 infermieri di famiglia e di comunità dell’azienda Usl.
TROVA L’INTRUSO
Ma nella Casa di comunità tanti cittadini si recano anche per andare nello studio del proprio medico di fiducia. Sì, perché in Toscana le aziende Usl hanno allestito degli spazi per consentire ai convenzionati di trasferire il proprio studio proprio all’interno di queste strutture che in tante altre regioni si fa fatica a popolare. L’affitto è calmierato e può anche essere ulteriormente ridotto se si raggiungono determinati obiettivi.
Così, succede che a Prato (centro est), ben 13 dei 28 medici che compongono l’Aggregazione funzionale territoriale (Aft) abbiano spostato il proprio ambulatorio principale all’interno della Casa di comunità, portandosi anche il proprio personale di segreteria e i propri infermieri (che si aggiungono a quelli della Usl).
“PERCHÉ HO SPOSTATO L’AMBULATORIO DENTRO LA CASA DI COMUNITÀ”
L’AFT DIVENTA ASSOCIAZIONE
In Toscana si spinge affinché le Aft non restino solo delle forme organizzative ma si trasformino in vere e proprie associazioni costituite legalmente. I medici sono incentivati a farlo: se più della metà dei medici di un’aggregazione funzionale territoriale si riunisce in associazione, scatta il diritto a vedersi pagate 5 ore settimanali di segreteria e 5 ore di infermiere; se il numero dei medici aderenti supera il 75 per cento dell’Aft, le indennità aumentano.
In effetti chi si riunisce in associazione ha più facilità a garantire un’accessibilità estesa tutti i giorni almeno dalle 9 alle 19, ovviamente avvalendosi dei colleghi per sostituirsi e fare a turno, e del personale amministrativo per la contattabilità.
L’associazione riuscirebbe anche a farsi carico di studi secondari in zone remote, per i quali è in corso di redazione un ulteriore accordo specifico.
In un prossimo futuro c’è la possibilità che tutti i medici della stessa Aft condividano uno stesso numero di telefono, intermediato da un centralino intelligente e dal personale di studio. In modo che nessun paziente possa più dire: “tutte le volte che chiamo, non risponde mai”.
Gd
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