Aiutare i vivi attraverso i morti. È quel che fa il professor Danilo De Angelis, classe 1972, odontoiatria e odontologo forense a Milano.
“Noi non lavoriamo sui cadaveri – racconta De Angelis – lavoriamo su persone morte. Non possiamo riportarle in vita, ma possiamo restituire loro la storia: riportare quel corpo irriconoscibile a essere un ragazzo o una ragazza con un nome e un cognome. Restituiamo una vita vissuta e lo facciamo per chi resta, per chi le ha conosciute, per chi ha voluto loro bene”.
De Angelis lavora ogni giorno con chi è morto in situazioni spesso cruente, eppure quello che racconta non ha nulla del distacco che ci si aspetterebbe da chi frequenta obitori da trent’anni. “Non ci si abitua, e forse è meglio così. Perché il nostro lavoro sui morti, è per vivi. Noi diamo un nome a chi non ce l’ha più perché qualcun altro possa tornare a respirare. Un padre che può finalmente sapere, un fratello che smette di cercare. È questo che facciamo: aiutiamo i vivi attraverso i morti”.
In queste parole c’è il senso etico e umano dell’odontologia forense, così come la vive De Angelis. E da qui comincia il racconto per capire il suo lavoro.
ENTRATO PER CASO, NON NE SONO PIÙ USCITO
“L’inizio è stato quasi casuale”.
L’odontologo forense racconta quando da studente in odontoiatria a Milano “cercavo una tesi diversa, qualcosa che mi permettesse di valorizzare la mia passione per la tecnologia, i computer e la computer grafica. I professori Marco Grandi e Cristina Cattaneo, ora direttrice del Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’università degli studi di Milano (Labanof), mi diedero carta bianca. Nacque così una tesi sull’identificazione dei cadaveri attraverso le fotografie del sorriso delle persone scomparse”.
Siamo a metà degli anni ’90 e quell’intuizione è poi diventata una procedura importante per il riconoscimento dei cadaveri. Intuizione e interesse che lo introduce nel mondo della medicina legale ancora da studente, lo segue durante il dottorato e lo porta ad attraversare vent’anni di contratti accademici.
Dal 2017, De Angelis è professore associato alla Statale di Milano, docente di medicina legale nei corsi di Odontoiatria e Igiene Dentale. Per anni “ha curato i denti dei vivi” in alcuni studi privati, poi ha deciso di dedicarsi alla didattica e al lavoro di ricerca al Labanof a tempo pieno. “Pensavo di essere un topo da laboratorio. Invece ho scoperto di amare anche la didattica”.
TRA OBITORIO, TRIBUNALE E MEDITERRANEO
Il Labanof, un centro di eccellenza e un crocevia di attività che mescola scienza e umanità: riconoscimento di resti umani nei procedimenti giudiziari, stime dell’età sui viventi, missioni internazionali, analisi di fosse comuni, formazione all’estero per Croce Rossa e Ong.
“A volte ne arrivano quattro in una settimana, altre zero, è difficile dare un dato sull’attività di riconoscimento dei cadaveri. Stamattina sono arrivati due sconosciuti. Uno trovato in un fiume presentava cure odontoiatriche complesse, indizio di una persona che curava la propria salute orale. Un altro probabilmente senza fissa dimora”.
“Ogni caso è un mondo. E nessuno è mai solo un numero”, ribadisce. Con i casi che si dividono tra “disastro aperto e chiuso”.
LINATE: QUANDO I NOMI TORNANO SUBITO
Ci sono momenti in cui scienza, organizzazione e disponibilità dei dati fanno la differenza.
“Il disastro aereo di Linate del 2001 è stato il primo grosso caso a cui ho lavorato. 118 vittime, tutte identificate in quattordici giorni. Lo definiamo disastro chiuso: lista passeggeri chiara, materiali ante mortem recuperabili. Tecnologicamente era un’altra era, eppure ce l’abbiamo fatta a dare un corpo a tutti i nomi che sapevamo essere su quell’aereo o coinvolti nel disastro”.
Situazione differente, ma ugualmente indicativa, è stato l’evento della camera iperbarica dell’ospedale Galeazzi: anche lì, l’Istituto di medicina legale ha contribuito al trattamento e all’identificazione delle vittime “con un lavoro in cui la disponibilità di documentazione e la filiera organizzativa hanno permesso risposte rapide e solide”.
Nel mondo occidentale, spiega De Angelis, “quando esiste documentazione e si riesce ad attivare subito una macchina ben coordinata, le identità tornano velocemente come nel più recente caso del ‘piccolo disastro aereo’ del 3 ottobre 2021, quando un aereo decollato da Linate è precipitato nell’area di San Donato Milanese, causando 8 vittime”.
IL MEDITERRANEO: UN DISASTRO APERTO
Poi c’è il lavoro svolto in Mediterraneo per dare un nome a coloro che cercano un futuro in Europa ma non riescono ad arrivarci da vivi.
“Qui è l’apoteosi del disastro aperto: non sai quanti sono partiti, quanti sono affondati, quanti cadaveri hai, quanti mancano, quasi mai hai dei nomi. È tutto incerto”.
Per farmi capire cita il naufragio avvenuto nel canale di Sicilia del 18 aprile 2015: “Forse mille persone a bordo, sette‑ottocento morti. A oggi, più di dieci anni dopo, ne abbiamo identificati circa quaranta”. Il punto non è la difficoltà tecnica, ma recuperare le informazioni dai familiari, cercare la loro storia.
“Dalle ossa possiamo ricavare età, origine biogeografica. Ma per identificare serve il confronto. Allora andiamo nei Paesi d’origine: Mali, Uganda, altri luoghi. Raccogliamo foto, dati medici, campioni genetici. È un lavoro lentissimo, pieno di attese, speranze, dolore”.
Tuttavia, è anche un lavoro fondamentale in ambito di diritti. “Un’identità non serve al morto, serve ai vivi. Senza un certificato di morte non c’è successione, non c’è ricongiungimento, non c’è possibilità di ricostruire una vita, anche solo di dare una degna sepoltura”.
IL LAVORO SUI VIVI: LEGGERE IL CORPO, PROTEGGERE LE PERSONE
“Non mi occupo solo dei morti” spiega il professor De Angelis. “Una parte fondamentale del nostro lavoro è sui vivi: chi arriva qui con una storia da ricostruire, o con un corpo che quella storia la racconta da solo”.
Tra questi, ci sono i minori stranieri non accompagnati, i richiedenti asilo, le vittime di violenza.
La medicina legale, in questo caso, non è un bisturi che seziona in cerca del passato, ma uno strumento per restituire diritti, protezione, dignità.
“Quando un ragazzo arriva senza documenti e nessuno sa se è maggiorenne o minorenne, si attiva un percorso che ha un impatto enorme sulla sua vita”, spiega. La stima dell’età diventa una porta d’accesso ai diritti: assistenza, protezione, percorsi dedicati.
Poi c’è il lavoro per ricostruire violenze abusi o torture, dove il corpo diventa una mappa da leggere per farlo diventare una prova. “Dobbiamo verificare se ciò che raccontano o che non vogliono raccontare è compatibile con ciò che vediamo”, e tra le tracce più complesse ci sono le morsicature, dice, fonte in passato di errori giudiziari clamorosi e oggi da interpretare con cautela estrema, distinguendo morsi umani da quelli animali.
Poi, racconta, i casi più dolorosi, quelli dei bambini vittime di abusi, in cui i segni possono essere perfino autoinferti. La valutazione medico‑legale, spiega, diventa così un atto che restituisce dignità, sicurezza, diritti. “Ogni visita è un incontro, serve competenza clinica e capacità di relazione, mantenendo lucidità e rigore evitando che l’emozione alteri il giudizio”.
DENTI, TECNOLOGIA E DETTAGLI FANNO LA DIFFERENZA
La dentatura è una firma unica, spiega De Angelis. Una sorta di impronta digitale biologica. Da qui la centralità dell’odontoiatra forense. “L’Interpol riconosce tre metodi primari di identificazione: impronte digitali, genetica e odontoiatria. I denti raccontano tutto: età, anatomia, restauri, protesi, impianti, radici. Confrontiamo il post mortem con radiografie, cartelle cliniche, modelli in gesso o digitali”.
E quando mancano radiografie, come nei migranti, entrano in gioco le fotografie e ritorniamo alla sua tesi da futuro odontoiatra. “Un sorriso storto, una frattura, un dente sporgente. Se ho un modello 3D del cadavere che otteniamo da Tac, scanner, posso orientarlo come nella fotografia e verificare se combacia”.
Il ruolo delle nuove tecnologie è, ovviamente, determinate come l’uso dello scanner intraorale. “Non è una rivoluzione tecnica, ma uno strumento molto utile dal punto di vista pratico – dice –. Velocizza ciò che facciamo da anni”.
TRA DOLORE, CURA E RESPONSABILITÀ
Non manca la domanda forse più banale per capire come ci si abitua, se ci si abitua, a lavorare con dei cadaveri.
“Non ci si abitua”, dice il professore, che poi argomenta: “Ci si abitua all’impatto con il cadavere come oggetto, ma ogni volta quell’oggetto smette di essere tale e torna a essere una persona che grazie a nostro lavoro, piano piano, riacquista una identità. Quando capisci che quel ragazzo annegato aveva una mamma che non dorme da anni… come fai a non sentirlo? Al Labanof scherzano perché dicono che sono quello troppo emotivo. Ma io penso che abituarsi sarebbe peggio”.
E torna sul tema dei vivi.
“Quando dai un nome a una persona, quando stabilisci che un ragazzo è minorenne e gli permetti di accedere ai suoi diritti, anche quella è una forma di cura. Forse più importante di molte otturazioni che facevo da dentista”.
Norberto Maccagno
Guarda le foto












