Mi spiace, ma noi non stiamo zitti. C’è chi pretenderebbe di riscrivere la storia recente della medicina territoriale addossando la responsabilità agli altri. A leggere certi articoli sembra che se nelle Case di comunità manca personale, la colpa sia dei diretti interessati, dei sindacati e – perché no? – dell’Enpam, cioè dell’ente previdenziale che, numeri alla mano, già quindici anni fa lanciava l’allarme sul fatto che in Italia sarebbero mancati i medici di famiglia.
Per anni i decisori hanno accuratamente fatto finta che il problema non esistesse e hanno evitato di fare una corretta programmazione. Nel frattempo l’importo delle borse di studio per la formazione in medicina generale è stato mantenuto a meno della metà di quello delle altre specializzazioni. L’università non ha incentivato lo sbocco verso questa professione, contribuendo a farla percepire come una scelta di serie B. La burocrazia e le incombenze scaricate sui professionisti dell’assistenza primaria sono cresciute a dismisura. Alcuni personaggi con un forte seguito mediatico hanno dipinto i medici di famiglia come sfaticati che lavorano poco e guadagnano tanto (senza peraltro riuscire a spiegare perché non ci fosse la fila per andare a lavorare così poco, guadagnando così tanto).
Le statistiche dell’Ocse ci mostrano che la densità complessiva dei medici in Italia è cresciuta di oltre l’1% all’anno nell’ultimo decennio, mentre la densità dei medici di medicina generale è diminuita di circa il 13% nello stesso periodo. E la colpa sarebbe dell’Enpam?
Ancora più risibile l’accusa di aver fatto lobbying per far fallire il progetto delle Case di comunità, quando l’ente di previdenza era addirittura disponibile a investire svariati milioni di euro per realizzarne anche altre, autogestite dai medici, valorizzando la presenza capillare sul territorio.
Si dice di volere una sanità più vicina ai cittadini, ma si costruiscono poche strutture, aumentando quindi la distanza media tra la casa del paziente e il luogo dove trovare il proprio medico.
Ci si lamenta della resistenza di fronte alla prospettiva che i medici di base diventino dipendenti, mentre pubblicamente si dichiara che l’intento è quello di avere la “completa disponibilità di gestirli”. Così da replicare i guasti che i cittadini hanno visto negli ospedali e nei pronto soccorso, con personale sovraccarico, in sottorganico e con l’impossibilità di mantenere un rapporto continuativo con uno stesso professionista (se non pagando).
Resta inspiegabile il motivo per cui le Case di comunità non siano partite dappertutto sfruttando l’impianto delle convenzioni esistenti e facendo accordi integrativi regionali, visto che chi si è mosso in questo senso è arrivato all’obiettivo.
Ma secondo alcuni dovremmo tacere perché un ente previdenziale non deve interferire con le riforme che hanno a che fare con la salute. Come se l’Enpam non promuovesse la centralità della persona e del Servizio sanitario nazionale. O come se il diritto alla salute e quello alla previdenza non fossero entrambi iscritti nella stessa Costituzione.
Se c’è da difendere i diritti dei cittadini, ci siamo. Se c’è da difendere i diritti dei medici, idem.
Alberto Oliveti
Presidente della Fondazione Enpam
(questo testo apparirà stampato sul n. 3/2026 del Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri)







