Secondo il Comitato olimpico internazionale, nei Giochi invernali il rischio di traumi per gli atleti è superiore del 20-30 per cento rispetto a quelli estivi per la presenza di discipline come bob, slittino, sci, hockey, freestyle, pattinaggio su ghiaccio, snowboard, salto e simili.
Anche per questo, gli odontoiatri sono inseriti a pieno titolo nella complessa organizzazione sanitaria di Milano-Cortina 2026, come raccontato da Fabio Volontè, venue medical coordinator Lombardia.
Come opererà la squadra di odontoiatri reclutati per le Olimpiadi lo spiega Massimo Roncalli, referente odontoiatrico lombardo per i Giochi, presidente Cao di Monza e Brianza, vicepresidente dell’Ordine di Monza e Brianza e membro dell’Assemblea nazionale dell’Enpam.
A lui è stato affidato il coordinamento dell’assistenza odontoiatrica di atleti e famiglia olimpica.
Fin dai mesi scorsi, Roncalli e la sua squadra hanno fatto test operativi durante eventi internazionali, come ad esempio i campionati mondiali under 20 di hockey, per verificare procedure e risposte cliniche.
Il dato più significativo emerso riguarda proprio l’incidenza dei traumi dentali. “Su sei atleti arrivati nella medical station, quattro avevano bisogno dell’odontoiatra” dice Roncalli.
L’ASSISTENZA ODONTOIATRICA
Nelle sedi di gara lombardi (venue) per rispondere all’obbligo imposto dal Cio di garantire l’assistenza odontoiatrica nelle discipline più traumatiche, sono state allestite sei postazioni operative, ognuna dotata di un riunito completo e attrezzato per gestire le urgenze.
Le sedi comprendono il nuovo palazzetto di Santa Giulia a Milano, uno dei luoghi centrali per l’hockey su ghiaccio maschile, e Rho fiera, dove si svolge il torneo femminile e dove è collocata anche la medical station.
A queste si aggiungono il policlinico del villaggio olimpico, l’ospedale Niguarda e le postazioni di Bormio e Livigno, predisposte per l’assistenza immediata anche nelle venue montane.
Ogni presidio – spiega Roncalli, che delle sei postazioni è coordinatore – deve essere pronto a funzionare per molte ore consecutive, spesso ben oltre la fine delle competizioni, poiché gli atleti, talvolta, arrivano dopo aver completato antidoping, defaticamento e routine post gara.
LA SQUADRA DEI VOLONTARI
L’organizzazione delle postazioni ha richiesto la formazione di una squadra di 46 odontoiatri per garantire la presenza di almeno 10 dentisti al giorno, fino al 22 febbraio per le Olimpiadi e dal 1° al 15 marzo per le Paralimpiadi.
La selezione è avvenuta tramite un bando dell’ospedale Niguarda e la grande maggioranza dei professionisti ha aderito volontariamente. “Il 95 per cento: abbiamo incarnato lo spirito olimpico”, commenta con orgoglio Roncalli.
Più della metà del gruppo proviene dall’Ordine dei Medici di Monza, altri arrivano dal resto d’Italia o addirittura dall’estero. Dei quattro colleghi spagnoli, ad esempio, uno è preside di facoltà.
“Avevamo anche aperto un bando per gli assistenti di studio (Aso), ma è andato deserto – spiega il venue medical coordinator –. Questo ha reso necessaria la scelta di affiancare due odontoiatri in ogni postazione, creando un modello di lavoro altamente collaborativo”.
FRATTURE, AVULSIONI E URGENZE COMPLESSE
L’hockey su ghiaccio – come detto – è lo sport che presenta i rischi maggiori odontoiatrici.
Il disco “di gomma vulcanica pesa un etto e mezzo e viaggia a 140 all’ora” ed è una delle principali cause di traumi facciali. Nonostante la raccomandazione della Federazione internazionale, molti atleti utilizzano paradenti non idonei, agevolando la frattura dei denti anteriori o, nei casi peggiori, della mascella.
Roncalli racconta un episodio capitato durante i mondiali under 20.
“Ho dovuto suturare il mento aperto di un atleta che aveva preso il disco in pieno volto mentre alla sera, i colleghi, hanno poi splintato e ricostruito i centrali fratturati”. Un’altra particolarità, spiega, è che gli atleti si sono presentati al termine della partita e non subito dopo l’infortunio.
Non mancano le avulsioni complete, per le quali il coordinatore ha fornito a tutte le postazioni i contenitori con soluzione di Hank, utili per il recupero dei denti direttamente in pista, in modo, poi, da tentare il reimpianto.
Gli interventi vengono eseguiti immediatamente nelle medical station, l’obiettivo è quello di salvare i tessuti e, quando possibile, anche di riportare l’atleta in campo nel più breve tempo possibile. I casi più complessi, soprattutto quelli che coinvolgono il massiccio facciale, vengono invece trasferiti al policlinico del villaggio olimpico o all’ospedale Niguarda.
Nelle gare è presente anche un chirurgo maxillo-facciale con cui si collabora per la gestione dei traumi più importanti.
I loro coordinatori sono Gabriele Canzi, direttore della chirurgia maxillo-facciale dell’ospedale Niguarda, e Giorgio Novelli, professore associato di chirurgia maxillo-facciale all’università di Milano Bicocca, come Roncalli entrambi iscritti dell’Ordine di Monza e Brianza.
ODONTOIATRIA CLINICA, BITE E PARADENTI PERSONALIZZATI
L’attività del gruppo di volontari non si ferma ai traumi acuti. Gli odontoiatri devono gestire pulpiti, ascessi e rotture improvvise di bite o di dispositivi protesici anche per la famiglia olimpica, cioè staff, dirigenti e personale accreditato.
Una parte importante del lavoro riguarda la creazione dei paradenti su misura. Nel policlinico di Milano e Livigno, spiega Roncalli, sono presenti scanner intra-orali. “Rilevate le impronte digitali, i file vengono inviati a un laboratorio odontotecnico accreditato che in 24–48 ore ci fa recapitare il guard-mouth custom made”.
IL RAPPORTO TRA MEDICO DI SQUADRA E MEDICAL STATION
La gestione dell’emergenza segue un protocollo rigidissimo.
L’atleta viene raggiunto dal rescue team solo quando il medico della squadra, con un segnale codificato (alza e incrocia le braccia), autorizza l’ingresso sul campo. Il trasferimento alla medical station avviene sempre in presenza del medico di squadra, che si confronta con la squadra sanitaria olimpica per definire la specialità necessaria.
In sede sono presenti tutte le figure richieste dal Cio: ortopedico, otorino, fisiatra, radiologo, farmacista e odontoiatra. Nei palazzetti è disponibile la diagnostica endorale, mentre nei policlinici di Milano, Bormio e Livigno sono attive anche le cone beam computed tomography (cbct).
STRUTTURE E RICERCA OLTRE I GIOCHI
Il lavoro del gruppo non si esaurirà con la cerimonia di chiusura.
Tutti gli interventi vengono registrati tramite software ospedaliero. Sarà interessante, dice Roncalli, “analizzare i dati che potrebbero essere messi a disposizione per ricerche scientifiche e migliorare la performance e allo stesso tempo la sicurezza e la prevenzione infortuni degli atleti”.
L’eredità più concreta riguarda però le attrezzature lasciate in dote ai territori. A Livigno, all’interno della Casa della salute, rimarrà sia la nuova poltrona odontoiatrica sia la dotazione radiologica avanzata (Tac e risonanza magnetica). Risorse che fino a oggi erano assenti e che costringeranno meno persone a rivolgersi alla sanità svizzera o agli ospedali di fondovalle.
“La poltrona nuova rimarrà, così come il nostro lavoro che andrà ad ampliare la banca dati del Cio e contribuirà a ricerche scientifiche su vari aspetti dell’odontoiatra traumatica e dello sport”.
L’ultimo pensiero di Roncalli va ancora ai colleghi volontari con cui condividerà questa “esperienza internazionale unica e irripetibile, che rimarrà nella storia e che ha contribuito a formare una vera squadra di sanitari a disposizione solo e unicamente per lo spirito olimpico”.
IL PLAUSO DI TERUZZI: SULLA SCIA DI DE COUBERTIN
“L’impegno dei nostri dentisti, tutto a titolo personale e volontario – commenta Carlo Maria Teruzzi, presidente dell’Ordine di Monza e della Brianza – è un preclaro esempio di spirito di servizio, attaccamento alla professione e senso civico, soprattutto in un’epoca in cui il senso di comunità e la dedizione al bene comune rischiano di affievolirsi. I colleghi dentisti non solo mettono a disposizione competenze tecniche di alto livello, ma lo fanno con quella generosità disinteressata che richiama l’ideale olimpico stesso: non la mera competizione, ma la ricerca di un’umanità migliore attraverso il contributo di ciascuno”.
“L’iniziativa – conclude Teruzzi – evoca, in modo commovente, l’utopia di Pierre de Coubertin: un mondo in cui lo sport e, per estensione, ogni forma di impegno professionale, diventa veicolo di solidarietà, eccellenza e fratellanza”.
Norberto Maccagno
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