
Michele Ruol @ANSA
Brilla anche per la raffica di premi ricevuti, uno dietro l’altro, l’esordio nella narrativa di Michele Ruol, 39 anni, medico anestesista e chirurgo pediatrico cum laude, drammaturgo, coniuge di Nina e padre di tre bambini.
Il suo romanzo “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” esibisce sulla copertina l’ambìta fascetta (gialla, come il liquore) della cinquina finalista al Premio Strega. E, tra l’altro, si è aggiudicato lo storico Premio Letterario Giuseppe Berto e il neonato premio “Venetarium Labomar”, istituito dall’associazione “Amici di Comisso”.
“Inventario” – lo chiamiamo così per brevità – è un’opera potente, originale, evocativa.
Una notte, mentre un incendio inceneriva la foresta che abbracciava a sud la città, due giovanissimi perdono la vita in un incidente stradale. I genitori, travolti da un dolore senza scampo, precipitano in una voragine di vuoto incolmabile.
Attraverso 99 oggetti disseminati in casa affiora il loro passato, privo di futuro: una borraccia, una foto ricordo scattata in vacanza, i biglietti per un concerto che si terrà nel “dopo” …
La storia è stata scritta durante il lockdown, quando Ruol era in prima linea contro il Covid nell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso.
“Durante la pandemia nel febbraio 2020 – racconta Michel Ruol – sono diventato padre per la seconda volta. Ero felice. Ma il rischio di portare il virus dall’ospedale a casa e contagiare la mia famiglia era concreto. Ho avuto paura. Ho scoperto di essere fragile. Mi sono chiesto: come si sopravvive al dolore?”.
“È nata così la trama – continua – del mio primo libro di narrativa, dalla mia esperienza umana e medica”.
Il medico padovano è nato in una famiglia che coltiva di generazione in generazione l’arte di Ippocrate: il nonno era medico e lo sono entrambi i genitori. Una tradizione da rispettare?
“Ho scelto di diventare medico – dice – non per seguire le orme familiari, ma nonostante quelle. Fino all’ultimo ero in dubbio se iscrivermi a Lettere: ho scelto Medicina perché prendersi cura dell’altro mi pareva una delle cose più belle che si possano fare, e ne resto convinto”.
Tra medicina e letteratura in fondo esistono molte analogie: in primis “anamnesi” e “narrazione”.
“Mi è sempre stato chiaro – puntualizza – che non avrei voluto rinunciare alla scrittura, anche se poi ci ho messo anni a capire che ruolo, che spazio e che energie avrei potuto dedicarci”.
Camus sosteneva che la scrittura è “un’arte tiranna”.
“Il rapporto con la scrittura per me è stato in continua evoluzione: è un equilibrio fragile che ho costruito nel tempo e che vive di fisiologici alti e bassi, di periodi di piena e altri di siccità. Ammetto – confida – che all’inizio soffrivo del fatto che l’essere medico mi tenesse lontano dalla letteratura. Ora sto imparando a proteggere gli spazi dedicati alla scrittura. A capire che anche i momenti in cui non posso o non riesco a scrivere sono importanti, sia come vuoti che rendono preziosi i pieni, sia come momenti di riflessione e di immersione nel mondo reale, che sarà poi linfa per quello immaginato e letterario”.
La drammaturgia migliora le relazioni umane e nella pratica medica il rapporto medico-paziente. Prima di essere un narratore, Michele Ruol è un drammaturgo da lungo tempo.
“Per anni – spiega – mi sono dedicato prevalentemente alla scrittura teatrale, dopo aver frequentato il corso di Giorgio Sangati, una folgorazione, a Padova, nella mia città. Mi piace, in particolare, la dimensione collettiva della scrittura teatrale. Un testo, prima di andare in scena, si arricchisce inevitabilmente di parole, idee e punti di vista di regista e attori”.
Voltiamo pagina ed entriamo in sala operatoria. Sebbene il ruolo “salvavita” dell’anestesista sia pari a quello del chirurgo, tuttavia rimane in sordina…
“L’anestesia è una branca così sfaccettata e specialistica che è normale che ai non addetti ai lavori risulti oscura. E poi di fatto è una branca della medicina che appartiene ai servizi, come la radiologia o l’anatomia patologica, solo per fare degli esempi: lavori fondamentali, ma che per loro natura agiscono ‘dietro le quinte’ e di cui, inevitabilmente, il paziente è meno consapevole”.
La reazione dei suoi colleghi quando hanno saputo del suo ingresso allo Strega?
Devo dire che c’è stata un’ondata di entusiasmo e affetto che mi hanno stupito, sia tra i miei colleghi del servizio di Anestesia sia tra tutto il personale sanitario del Ca’ Foncello. Anche il primario, Paolo Zanatta, e il direttore generale, Francesco Benazzi, hanno accolto calorosamente l’evento, venendomi incontro con la turnistica e facendosi promotori di una presentazione del libro.
Qual è l’oggetto più emblematico nell’“Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”.
“È il 99esimo. Ma non è propriamente un oggetto. Si tratta del corbezzolo: una pianta che nel libro assume un significato metaforico importante per la sua capacità di resistere agli incendi e di ricrescere dove tutto era bruciato. È una pianta per certi versi unica, capace di fare fiori e frutti contemporaneamente: per me racconta la forza inarrestabile della vita, che trova spesso modi imprevedibili per farsi strada”.
Paola Stefanucci